di Marco Malvestio
“Si narra qui [nella poesia di Hughes] della visita a Top Withens, nello Yorkshire, dove è ambientato il romanzo di Emily Bronte. Anche tre poesie di Remains of Elmet (Emily Bronte, Haworth Parsonage e Top Withens) sono ispirate ai luoghi del libro, che distano poche miglia dai luoghi nativi di Hughes. Sylvia parla di questa visita in una lettera del 2 settembre 1956: da accompagnatore fece lo zio di Ted, Walter Farrar, ‘uomo massiccio, corpulento, con uno straordinario senso dell’umorismo’ (…). La gita fu per Sylvia un’ascesa in cima al mondo. Restano anche alcuni suoi appunti in cui sono elencati, come in un inventario, gli oggetti delle sorelle Bronte. La salita a Top Withens è descritta in altri appunti senza data, molto probabilmente contemporanei alla lettera: ‘La vecchia carraia è un solco profondo, la chiara fonte d’acqua zampilla e gorgoglia tra erbe troppo verdi per essere vere’. (…).
Qui Sylvia appare in veste di scrittrice, come doppio di Emily Bronte. Oppure, è già un fantasma. La visita ispirò alla stessa Sylvia due poesie, Two Views of Withens (1957) e Wuthering Heights (1961) in cui, al cospetto della brughiera, le viene da pensare alla propria morte”
(Nicola Gardini in Ted Hughes Poesie Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2008, p. 1651. Dallo stesso volume viene il testo della poesia di Hughes e una prima traccia per la sua traduzione. Per Sylvia Plath ho fatto riferimento all’edizione di Anna Ravano Tutte le poesie Milano, Mondadori, 2013).
***
Wuthering Heights (Ted Hughes)
Walter was guide. His mother’s cousin
inherited some Bronte soup dishes.
He felt sorry for them. Writers
were pathetic people. Hiding from it
and making it up. But your transatlantic elation
elated him. He effervesced
like his rhubarb wine kept a bit too long:
a vintage of legends and gossip
about those poor lasses. Then,
after the Rectory, after the chaise longue
where Emily died, and the midget hand-made books,
the elvish lacework, the dwarfish fairy-work shoes,
it was the track for Stanbury. That climb
a mile beyond expectation, into
Emily’s private Eden. The moor
lifted and opened its dark flower
for you too. That was satisfactory.
Wilder, maybe, than ever Emily knew it.
With wet feet and nothing on her head
she trudged that climbing side towards friends
Probably. Dark redoubt
on the skyline above. It was all
novel and exhilarating to you.
The book becoming a map. Wuthering Heights
withering into perspective. We got there
and it was all gaze. The open moor,
gamma rays and decomposing starlight
had repossessed it
with a kind of blackening smoulder. The centuries
of door-bolted comfort finally amounted
to a forsaken quarry. The roofs’
deadfall slabs were flaking, but mostly in place,
beam and purlins softening. So hard
to imagine the life that had lit
such a sodden, raw-stone cramp of refuge.
The floors were a rubble of stone and sheep droppings.
Doorframes, windowframes –
gone to make picnickers’ fires or evaporated.
Only the stonework – black. The sky – blue.
And the moor-wind flickering.
The incomings,
the outgoings – how would you take up now
the clench of that struggle? The leakage
of earnings off a few sickly bullocks
and a scatter of crazed sheep. Being cornered
kept folk here. Was that crumble of wall
remembering a try at a garden? Two trees
planted for company, for a child to play under.
And to have something to stare at. Sycamores –
the girth and spread of valley twenty-year-olds.
They were probably ninety.
You breathed it all in
with jealous, emulous sniffings. Weren’t you
twice as ambitious as Emily? Odd
to watch you, such a brisk pendant
of your globe-circling aspirations.
Among those burned-out, worn-out remains
of failed efforts, failed hopes –
iron beliefs, iron necessities,
iron bondage, already
crumbling back to the wild stone.
You perched
in one of the two trees
just where the snapshot shows you.
Doing as Emily never did. You
had all the liberties, having life.
The future had invested in you –
as you might say of a jewel
so brilliantly faceted, refracting
every tint, where Emily had stared
like a dying prisoner.
And a poem unfurled from you
like a loose frond of hair from your nape
to be clipped and kept in a book. What would stern
dour Emily have made of your frisky glances
and your huge hope? Your huge
mortgage of hope. The moor-wind
came with its empty eyes to look at you.
And the clouds gazed sidelong, going elsewhere,
the heath-grass, fidgeting in its fever,
took idiot notice of you. And the stone,
reaching to touch your hand, found you real
and warm, and lucent, like that earlier one.
And maybe a ghost, trying to hear your words,
peered from the broken mullions
and was stilled. Or was suddenly aflame
with the scorch of doubled envy. Only
gradually quenched in understanding.
Cime tempestose (Ted Hughes)
Fu Walter a guidarci. La cugina
di sua madre ereditò il servizio
da minestra dei Bronte.
Gli facevano pena. Gli scrittori,
gente patetica. Si nascondono e inventano.
Ma il tuo transatlantico entusiasmo
seppe entusiasmarlo. Lo rese effervescente
come il vino di rabarbaro invecchiato troppo a lungo:
che annata di leggende e dicerie
su quelle povere figliole. Allora
dopo la canonica, dopo l’ottomana
su cui si spense Emily, dopo i libriccini
decorati a mano, dopo i pizzi
da folletto, le scarpine delle fate,
venne il tempo del sentiero da Stanbury.
Più lunga del previsto la salita
all’Eden privato di Emily.
La brughiera raccolse il proprio fiore
scuro, e lo aprì anche per te.
Ne fosti soddisfatta. Più selvaggio
forse di quanto Emily sapesse.
Coi piedi bagnati e niente in testa
arrancava sul pendio verso gli amici –
probabilmente, una ridotta scura
stagliata contro il cielo. Ed ogni cosa
era nuova ed esaltante per te.
Con il libro che diventava mappa,
Cime tempestose avvizziva mentre salivamo.
Arrivati, lo sguardo fu libero del tutto.
l’aperta brughiera, i raggi gamma,
la luce decomposta delle stelle
se n’erano riappropriati con un cupo
bagliore di braci. Secoli di pace
domestica ridotti in conclusione
a una cava abbandonata. Sul tetto
le tegole erano in parte sbriciolate
ma tutte al loro posto,
le travi indebolite.
Era dura immaginare quale vita
avesse illuminato un tale angusto
e fradicio rifugio. I pavimenti
erano macerie e sterco di pecora.
I telai di porte e finestre
finiti nel fuoco dei campeggiatori
o evaporati. Solamente
i muri di pietra – neri. Il cielo – azzurro.
E il vento tremulo della brughiera.
Le entrate, le perdite – come affronteresti
oggi la morsa di quella lotta,
lo stillicidio di guadagni che vengono
da pochi tori malaticci, da un pugno
di pecore matte? La gente
viveva qui perché non aveva scelta.
Quello scampolo di muro è un tentativo
di giardino? Due alberi piantati
per compagnia, per i giochi dei bambini,
per avere qualcosa da guardare.
Sicomori – nel tronco e nella chioma
ventenni come quelli a valle,
ma di novant’anni. Respiravi tutto
fiutando invidiosa, emula. Non eri
due volte più ambiziosa di Emily?
Curioso guardarvi, un simile pendant
esaustivo della vastità della tua ambizione,
tra i resti bruciati, consunti
di sforzi vani, di speranze vane –
convinzioni e bisogni di ferro
e legami di ferro, che già
tornavano alla pietra selvaggia.
Salisti su uno dei due alberi,
dove ti si vedeva nella foto,
Emily non lo fece mai.
Tu avevi la libertà, avevi la vita,
il futuro aveva investito in te –
così si potrebbe dire di una gemma
tanto sfaccettata, che riflette
ogni tinta, dove Emily guardava
invece fisso, come un carcerato
in fin di vita. Una poesia si sciolse
da te come una ciocca di capelli
dalla nuca, da recidere e tenere
in un libro.
Cosa l’arcigna, la severa Emily
avrebbe pensato di te, delle tue occhiate
vivaci e della tua speranza enorme?
La tua enorme ipoteca di speranza.
Il vento della brughiera venne a spiarti
con i suoi occhi vuoti, e le nuvole, dirette
altrove, guardavano in tralice;
l’erica ti prestò attenzione idiota,
tremolante di febbre, e la pietra
sporgendosi a toccare la tua mano
ti trovò vera e calda e luminosa
come lei che ti precedette.
E forse uno spettro, ansioso di sentire
le tue parole, scrutò dalle rovine
delle imposte, e fu placato. O si riaccese
all’improvviso di un’invidia raddoppiata.
Spenta solamente a poco a poco
nella comprensione.
Wuthering Heights (Sylvia Plath)
The horizons ring me like faggots,
tilted and disparate, and always unstable.
Touched by a match, they might warm me,
and their fine lines singe
the air to orange
before the distances they pin evaporate,
weighting the pale sky with a solider color.
But they only dissolve and dissolve
like a series of promises, as I step forward.
There is no life higher than the grasstops
or the hearts of sheep, and the wind
pours by like destiny, bending
everything in one direction.
I can feel it trying
to funnel my heat away.
If I pay the roots of the heather
too close attention, they will invite me
to whiten my bones among them.
The sheep know where they are,
browsing in their dirty wool-clouds,
grey as the weather.
The black slots of their pupils take me in.
It is like being mailed into space,
A thin, silly message.
They stand about in grandmotherly disguise,
all wig curls and yellow teeth
and hard, marbly baas.
I come to wheel ruts, and water
limpid as the solitudes
that flee through my fingers.
Hollow doorsteps go from grass to grass;
lintel and sill have unhinged themselves.
Of people the air only
remembers a few odd syllables.
it rehearses them moaningly:
black stone, black stone.
The sky leans on me, me, the one upright
among the horizontals.
The grass is beating its head distractedly.
It is too delicate
for a life in such company;
darkness terrifies it.
Now, in valleys narrow
and black as purses, the house lights
gleam like small change.
Cime tempestose (Sylvia Plath)
Gli orizzonti intorno a me come fascine,
obliqui e diversi, e sempre instabili.
Toccati da un fiammifero, potrebbero scaldarmi,
e le loro linee sottili
strinare l’aria di arancione
prima che le distanze che trattengono
evaporino, appesantendo di un colore
più solido il pallido cielo.
Ma non fanno che dissolversi e dissolversi
come promesse, man mano che avanzo.
Non c’è vita più alta dell’erba
o dei cuori delle pecore, ed il vento
come il destino irrompe imprimendo
una direzione ad ogni cosa.
Lo sento che cerca di svuotarmi
del mio calore.
Se presto troppa attenzione alle radici
dell’erica, mi inviteranno ad imbiancarmi
le ossa tra di loro.
Le pecore sanno dove sono, brucano
avvolte in nuvole di lana sporca,
grigie come il tempo.
Le nere fessure mi accolgono
delle loro pupille. È come essere
spedita nello spazio, un messaggio
esile, stupido.
Stanno lì camuffate da nonne,
parrucche ricciolute e denti gialli,
e belati duri come il marmo.
Arrivo a solchi di ruote, a un’acqua limpida
come le solitudini che mi sfuggono
tra le dita.
Di erba in erba, scalini scavati;
architrave e davanzale si sono scardinati.
Delle persone l’aria non ricorda
che un pugno di sillabe sparse.
Continua a ripeterle gemendo:
pietra nera, pietra nera.
Il cielo mi sta addosso, a me, la sola
eretta tra tutti gli orizzontali.
L’erba batte il capo, noncurante.
È troppo delicata per una vita
in simile compagnia:
il buio la atterrisce.
Ora, per valli strette, e nere
come borselli, le luci delle case
occhieggiano come piccole monete.